Dodici dicembre 1895. È la data in cui tutto comincia. Un centinaio di soci – già un buon numero, anche se 120 anni più tardi quasi raggiungono quota 3.700 – danno vita alla famiglia cooperativa di Povo. Dopo pochi anni nasce una realtà gemella, la famiglia cooperativa di Oltrecastello-Sprè, dal nome delle due frazioni. Passano alcuni decenni. Solo nel 1932 un magno decreto regio ordina la fusione tra le due cooperative. Motivo, la seconda azienda è in deficit, la prima invece non ha difficoltà, vista anche la vicinanza l’unione appare la soluzione migliore.

 

Punto di riferimento per i contadini della zona, luogo di conservazione e “prestito” degli attrezzi troppo onerosi per il singolo, dalla seminatrice all’insaccatrice per lucaniche e salami. Ancora, simbolo di una forma antica e genuina di cooperazione in una società basata sull’economia agricola locale. Il modello originario della famiglia cooperativa di Povo è il punto di partenza che consente di tracciare la storia della realtà fondata nel 1895, nel sobborgo sulla collina orientale di Trento. Allo stesso tempo, l’evoluzione nei decenni verso la forma attuale offre l’occasione per dare uno sguardo ai cambiamenti occorsi al sistema socio-economico del territorio trentino. Specie ora che la coop guarda alle sfide della contemporaneità: una fase in cui diventa più difficile stare nel mercato e sul mercato, fronteggiando la crisi e lo spostamento dei consumi verso la grande distribuzione low cost raggiungibile in automobile e autobus.

“La concorrenza è forte e aggressiva, ma siamo consapevoli di essere un servizio fondamentale per la comunità”

“Nella prima parte della propria vita la famiglia cooperativa viene identificata con la Casa sociale che ospita il negozio di Povo. L’edificio della Casa viene progettato nel 1911 e inaugurato nel 1913. Tre i soggetti promotori: oltre alla Famiglia, il consorzio agrario e la cassa rurale, tutti e due di Povo. Nel corso dei decenni, questi due ultimi enti cederanno le quote”. Il legame tra gli enti riflette la peculiarità di un sistema economico che cerca di uscire dalla mera sussistenza e in cui la cooperazione funge da amalgama delle forze. “I punti vendita della cooperativa svolgevano servizi per i contadini della zona” .

Servizi per una fetta importante della cooperativa popolazione poichè quasi tutti, all’epoca, erano occupati nella coltivazione dei campi. Vigneti e alberi da frutto. Uva, mele, pesche (sul Celva) e soprattutto ciliegi: queste le varietà prevalenti per i terreni della collina est di Trento, da Mesiano fino al passo del Cimirlo.

 

                                  

La vocazione vinicola, profondamente radicata, vive tuttora, mentre, per le ciliegie, la produzione si è spostata in altre zone del Trentino. Scomparso anche il mais, coltivato per il sostentamento. “I negozi – riprende il discorso l’ex presidente - tenevano le scorte agrarie, concedevano le attrezzature in comodato d’uso ai soci, prestavano attrezzi come la seminatrice per il grano quella per fare gli insaccati e le lucaniche in ogni famiglia”. A dimostrazione il negozio di Povo conserva l’insaccatrice di fine Ottocento, restaurata.

 

Non solo agricoltura e attrezzature alimentari. La cooperativa nei decenni precedenti al boom economico degli anni Sessanta svolgeva un lavoro importante per l’edilizia. “La bagnatura della calce .–Dalla calce viva si ricavava la calce bagnata. Veniva utilizzata per l’imbiancatura delle case e la disinfestazione delle stalle dall’afta epizootica”.

Due parole sulla sede storica. La Casa sociale di piazza Manci 5 viene costruita con grandi pietre dalla base al tetto. Il materiale è la famosa pietra rossa di Trento. Non viene dal Calisio però, ma dalla Marzola, per la precisione dalla cava di Oltrecastello, cancellata dal tempo. L’opera non è semplice: i manovali a gruppi spingono i pezzi di roccia aiutandosi con le carriole sui camminamenti alzati ogni volta. Una pietra e si sale, fino in cima. La fatica degli operai e l’abilità degli ingegneri protagonisti della costruzione sono testimoniate ancora oggi da quei muri in cui la famiglia cooperativa è rimasta fino al 1972. La sede storica viene lasciata alla cassa rurale, che prima stava negli spazi oggi occupati dalla sala consiglio. La banca cede le quote della famiglia cooperativa e trasloca a cinquanta metri di distanza. Dalla compagine sociale si defila anche il consorzio agrario di Povo, realtà che negli anni andrà a scomparire. A guardarla con gli occhi del ventunesimo secolo, quell’esperienza di collaborazione diviene un esempio di “autentico spirito cooperativo”, “La rurale, per il credito, la famiglia cooperativa per i beni e le merci alle famiglie, il consorzio agrario per tutto quello che serviva ai contadini, che potevano rivolgersi direttamente ai punti vendita della coop”. “La stessa famiglia cooperativa – faceva credito alle famiglie con il famoso libretto: i contadini pagavano a stagione quando avevano ottenuto i proventi dalle ciliegie”. Co-operare, appunto: più che lavorare assieme, farlo in alleanza nei propri rispettivi compiti, venendosi incontro.

A testimonianza di quell’epoca rimangono i libri contabili, gli antichi verbali delle assemblee e dei consigli, la cassaforte in legno, i registri. L’azienda, ora con il marchio “Coop Trentino”, guarda al presente e al futuro senza paura. Cinque le sedi attuali: Povo e Sprè, che sono in locali di proprietà, seguite da Cognola, San Donà, Sardagna. Quest’ultima è stata presa in gestione dal 2008 nell’ambito di un accordo con il Comune per il mantenimento di un negozio multiservizi. La comunità del sobborgo sul Bondone rischiava, dopo la rinuncia dei privati, di rimanere senza punti vendita. Edicola, alimentari, presidio per bolli, francobolli, giornali, tutto sotto l’insegna Coop. Il fatturato complessivo della famiglia cooperativa si aggira sui dieci milioni annui, per quasi il 50% coperti dalla sede principale. L’azienda si è focalizzata sul servizio di comunità. Alcune scelte in senso contrario fatte in passato non si sono rivelate vincenti. “La nostra differenza e, allo stesso, tempo un fattore critico, è che siamo un servizio fondamentale per la comunità di riferimento. Povo e dintorni sono comunità, paese, non periferia. Però siamo a quattro soli chilometri dalla città, dove ci sono grandi supermercati. Quindi soffriamo, ma cerchiamo di puntare sulle peculiarità che abbiamo”. Il servizio ai residenti, a tutti i docenti, ricercatori, studenti dell’università e dei centri di ricerca, l’attenzione per gli anziani. “La spesa a domicilio – aggiunge la presidente - è un’attività molto richiesta. Le consegne sono numerosissime ogni giorno e per gli anziani sono gratuite. Inoltre, offriamo lo sconto del 5% per le famiglie numerose”. I rappresentanti della coop, che ora naviga verso i 3.500 soci e ha una cinquantina di dipendenti, non dimenticano alcune figure chiave della storia dell’azienda. Persone che sono state dietro il bancone tutta la vita. Linda Franceschini, cinquant’anni di cooperativa, Giuseppina Giacomoni, Ruggero Giacomoni, prima commesso e poi direttore negli anni Sessanta. Le donne sono in primo piano. Basta pensare alla figura di Serafina Boschetti, factotum e direttrice addirittura per mezzo secolo, fino agli anni Cinquanta. Un’esperienza cooperativa, dunque, quella di Povo, che è anche simbolo di emancipazione femminile.